Bitcoin e BlockChain nell’industria 4.0

Il titolo potrà sembrare fuorviante ma è una scusa per parlare della blockchain come piccola rivoluzione informatica prestata all’industria 4.0, quella che vede e vedrà dispositivi come robot, cobot fortemente interconnessi tra loro in fitte reti di sensori e intenso e continuativo scambio di dati. Negli anni ‘90 cominciano ad affacciarsi nel mondo del web delle prime cryptovalute, monete senza corso legale, ovvero non ufficialmente riconosciute dalle banche centrali dei singoli stati, in formato unicamente virtuale non stampate in formato cartaceo o moneta. Sono pensate quindi a canali virtuali online come sistema di pagamento parallelo/alternativo alle vere monete e possono essere usate senza problemi per lo scambio di merci, a patto che, chi riceve un tuo pagamento, sia disposto a credere alla veridicità della moneta usata. Qui sta il principio: il dollaro, l’euro sono riconosciuti da tutti e non posso negare di essere pagato con una valuta legale ma con monete virtuali non vale lo stesso. 

Genesi del Bitcoin

Nel 2009 la vera svolta ad opera di una tale Satoshi, probabilmente uno pseudonimo del programmatore sparito nel nulla. Sulla rete si rincorrono dicerie su chi possa essere questo filantropo geniale (qualcuno azzarda persino E. Musk) che avrebbe ideato l’algoritmo iniziale accumulando anche una piccola fortuna in monete bloccate su un conto dormiente da sempre. Nasce il Bitcoin, una moneta destinata a cambiare il mondo delle cryptovalute.

Come funziona il bitcoin?

L’algoritmo che c’è dietro è semplice: viene usato l’algoritmo matematico SHA-256, una funzione crittografica detta di “hash” che in realtà i nostri pc usano quotidianamente per farci navigare sicuri, ad esempio quando compare https nel nostro browser. Questa funzione è alla base di uno schema: “prova di lavoro” (work of proof), in cui un utente prova a tutti gli altri utenti che partecipano allo schema che sono stati compiuti una serie di calcoli matematici, per risolvere un certo problema relativo a questo SHA256. L’utente che risolve il problema matematico attraverso il proprio pc, o meglio, il proprio hardware, riceve in premio una cryptomoneta, mentre tutti gli altri dispositivi che partecipano alla rete, controllano, in modo semplice e rapido, che il risultato ottenuto sia corretto. 

Questa è la forza di ogni cryptovaluta. Esistono dei “miners” che cercano di risolvere i problemi matematici che vengono generati dalla rete per ricevere le monete da utilizzare per i propri acquisti ed investimenti. Tutti gli altri nodi invece possono sempre controllare la veridicità degli altri nodi, dei loro scambi di cryptovalute. Nessuno a parte i miners possono quindi generare arbitrariamente monete, a patto di dover manomettere una larga porzione della rete e dispositivi che la compongono Andrebbero compromessi almeno il 50% +1 degli gli utenti che usano e scambiano con la moneta in oggetto (migliaia, milioni di utenti?). Ogni volta che gli utenti effettuano delle transazioni, acquistano o vendono cryptovalute, questa informazione viene consegnata ai nodi della rete che ne attestano la veridicità e certificano o meno la presenza di monete nei singoli portafogli virtuali degli utenti. Quindi non c’è una banca, un’unità centrale che gestisce e controlla il denaro, ma è la rete di migliaia di utenti che certifica la correttezza degli scambi e delle monete in circolazione. Senza banca alle spalle, la moneta però “non ha un corso legale”, che significa che non è riconosciuta come moneta ufficiale accettata per gli acquisti e le transazioni. In pratica il bitcoin ha valore solo se lo accetta la persona con cui lo stai scambiando, ma ne sono tanti nel mondo!

La sostenibilità “green” e il bitcoin 

Quella del bitcoin è un’attività altamente energivora. E. Musk più volte ha dichiarato il suo amore al bitcoin ma anche come siano insostenibili. Il magnate americano in passato aveva elogiato le criptovalute come elemento di democrazia, arrivando a permettere l’acquisto delle sue auto elettriche Tesla con Bitcoin. A seconda delle dichiarazioni o meno di questo tipo, di stackholder così importanti, il valore della moneta oscilla o scende istantaneamente anche di ben 16% !

Il bitcoin ormai è diventato un business. Molti paesi tra Cina, Groenlandia e Africa stanno investendo molti spazi industriali invece che in produzioni tradizionali (alimenti, beni lavorati e semilavorati ecc) in vere e proprie centrali bitcoin, con centinaia di dispositivi e calcolatori ASIC che minano cryptovalute. Un apparecchio minatore ASIC può costare dai 500 a 50000 euro a seconda delle prestazioni, e consumare anche 2000 watt singolarmente. Questo dà la misura di quanto consuma la produzione di bitcoin. Nelle nostre case i contatori della corrente reggono fino a 3000 watt, il che equivale ad accendere un minatore senza poter tener acceso frigorifero o altro dispositivo casalingo classico. Si stima che il consumo energetico mondiale sia passato da 30 TWh a 101 TWh (come la Norvegia intera!) dal 2017 ad oggi, quasi il triplo di consumi. Si stima che tutti i datacenter e server del mondo dedicati ad internet e servizi non bitcoin consumino 184TWh. I confronti sono evidenti.

 La bolla finanziaria

Gli analisti economici tradizionali, definiscono il bitcoin una bolla finanziaria, ovvero un fenomeno destinato ad implodere, trascinando con sé gli investitori e i loro soldi. Di fatto è evidente come la moneta subisca oscillazioni piuttosto altalenanti, anche in doppia cifra di percentuali, senza apparenti motivi. Le monete nazionali non hanno queste oscillazioni: a meno di guerre o crisi economiche pesanti (vedi crisi argentina), le monete oscillano di poco e permettono speculazioni di acquisto/vendita piuttosto limitate con il fattore di conversione. Le criptovalute invece rappresentano un ottimo sistema per arricchirsi ma anche perdere capitali investiti con molta facilità. Esistono numerose agenzie che effettuano i cambi di criptovalute e monete reali, ovviamente chiedendo una commissione fissa o percentuale. Quindi si può minare una valuta e cambiarla in euro oppure fare “trading” e giocare a scambiare criptovalute a seconda delle oscillazioni che hanno. Le agenzie di questo tipo non hanno però un affidabilità e spesso falliscono e chiudono i battenti dal giorno alla notte, lasciando a spasso parecchi investitori.   

Il ruolo dell’industria 4.0 per il manifatturiero

La digitalizzazione avanzata all’interno delle fabbriche sta portando sempre più verso un mondo, che connette direttamente il prodotto che viene realizzato alle fabbriche stesse, fabbriche che sono a loro volta interconnesse, alle supply chain (le catene di approvvigionamento), ai clienti ecc. La combinazione di tecnologie Internet e altre tecnologie orientate alla gestione ed elaborazione dei dati sta cambiando il mondo verso Industria 4.0.

La blockchain e l’IoT

L’Industria 4.0 ci offre una visione di business principalmente basata sull’automazione, inclusi servizi, prodotti e fabbriche smart, dove molte sono le opportunità per lo sviluppo di idee rivoluzionarie nella produzione industriale. La creazione di un ambiente così automatizzato richiede la connettività ad Internet di un gran numero di oggetti insieme, sfruttando ovvero l’Internet of Things (IoT). Altre applicazioni smart sono quelle cittadine con sensori per il controllo del traffico, della qualità dell’aria, zone ZTL, passaggi pedonali o semafori intelligenti in base alle condizioni del traffico, parcheggi con controllo presenze, telecamere con visione artificiale per il riconoscimento di situazioni di pericolo(auto che sbandano, aggressioni). Per ovvi motivi, tali oggetti potrebbero essere pericolosamente esposti agli aggressori hacker, defacciati per tramettere dati non regolari. E’ per questo che, da alcuni decenni, molte tecniche crittografiche vengono utilizzate per proteggere le informazioni sensibili nella comunicazione o nella memoria. Inizialmente queste tecniche erano utilizzate solo nei sistemi di sicurezza delle informazioni, ma poi sono state impiegate per lo sviluppo di una tecnologia dirompente, qual è la blockchain, così da permettere la gestione e lo scambio dei dati in via decentralizzata e certificata dalla catena stessa. Sarebbe una delle misure di sicurezza “Zero Trust” in cui ogni nodo della rete non è fidato se non certificato da tutti gli altri nodi o parte di essi.

La supply chain

L’idea della tecnologia blockchain nell’industria, in particolare, è di grande aiuto dove i consumatori finali sono sempre più interessati a scoprire l’esatta tracciabilità dei prodotti acquistati e per le istituzioni sempre più severe nei controlli di filiera e dei processi di produzione. Come per il controllo della veridicità delle transazioni delle cryptovalute, il paradigma del controllo diffuso e certificato della rete, può quindi essere applicato anche al controllo dei singoli passaggi della lavorazione di un bene primario grezzo o un manufatto più complesso, passando per la validità e correttezza tracciabile dei pagamenti dei fornitori e clienti vari, la veridicità di diciture doc, docg e simili, l’uso di determinati prodotti chimici o mangimi, in generale elementi di controllo qualità della supply chain, riscontrabili non attraverso un organo certificatore ma attraverso la rete stessa di tutti i produttori e consumatori. Il vantaggio? Quando c’è un organo centrale a certificare c’è una certa lentezza e miopia nella gestione, spesso il dolo di favorire qualcuno o qualcosa per non favorire nessuno. Nella blockchain invece c’è una sorta di democrazia “decentralizzata”.

La blockchain e il libro contabile

Forse è l’applicazione più consona di tutte della tecnologia in esame. Ogni azienda tiene la contabilità delle proprie transazioni, acquisti, vendite di materiali semilavorati o finiti, paghe ecc, in un libro contabile. Esistono ovviamente software che permettono di superare la versione cartacea. In realtà una block chain è proprio un libro contabile di transazioni, ognuna per ogni operazione che verrebbe quindi fatta, che non può essere manomesso, trasparente e che contiene quindi tutto lo storico contabile dell’azienda. Il motivo del perché ancora non faccia breccia nelle aziende può essere facilmente intuito, ma non è da escludere che quando la tecnologia sarà matura, gli stessi stati centrali la imporranno per evitare truffe, errori, elusioni fiscali varie e velocizzare i sistemi di tassazione o agevolazione fiscale.

L’uso delle cryptovalute nel metaverso

In passato sono già esistiti tentativi di creare dei mondi virtuali 3D, delle realtà aumentate simili al mondo reale ma completamente localizzate su internet e visitabili utilizzando i famosi visori 3D. Sono state fallimentari. Creare mondi grafici, oggetti, elementi di un mondo virtuale richiede molta programmazione, risorse quindi di tempo e denaro di programmatori e aziende software. I profitti però non c’erano, non era ben chiaro come guadagnarci e non c’erano regole soprattutto nel creare e/o possedere oggetti o altro che fosse dentro questo mondo virtuale. Perché il metaverso di Facebook sta funzionando rispetto ai precedenti tentativi? Innanzi tutto la tecnologia necessaria, tra visori, pc, server, reti in fibra, ha fatto balzi da gigante rispetto ai tentativi velleitari degli anni 80/90. La verità è che in Meta ogni oggetto prodotto ha una firma della blockchain Ethereum, quindi ogni oggetto ha un valore di scambio, una proprietà, un sistema di anti-contraffazione che rende il mondo virtuale simile al mondo reale, dove tutto ha un valore reale. Un po’ come gli NFT, Non Fungible Token. A questo punto le aziende hanno un interesse a creare, a fare pubblicità o una compravendita di manufatti digitali che hanno un riscontro comunque reale, almeno rispetto alla blockchain Ethereum. 

L’uso delle cryptovalute nel deepweb

Il deepweb e darkweb rappresentano la quasi totalità dei documenti online. Contrariamente a quanto si pensi, nel deepweb non si annidano necessariamente criminali e negozi illegali. In internet si stima ci siano 18 milioni di gigabyte e 550 miliardi di documenti, mentre Google ne indicizza (cataloga) solo 2 miliardi, neanche il 4% del totale. Molti contenuti non vengono indicizzati da Google per svariati motivi, tecnici, errori, o scelta deliberata dell’autore del sito web. Questi siti, link, documenti possono però essere raggiunti, spesso con facilità, da altre pagine, altri siti altri documenti. Qui ci si trova di tutto, da quello che vuole avere poca visibilità per motivi pratici a quello che salva contenuti pubblicamente (es. torrent), software, film, file online per il download pirata. Niente di particolarmente avvincente, quindi! La polizia tiene facilmente traccia di quanto avviene nel deepweb, almeno la parte più alta.

Diverso è il Darkweb: qui ci si trova il peggio delle possibilità umane: dal venditore di armi, droghe, al killer in affitto, passando per pedofilia, materiale filmato con uccisioni, violenze ecc. Il darkweb non lo si raggiunge con qualche link pescato su altri siti. In genere viene fornito esplicitamente dal malfattore di turno. Per accedere lì, occorre un browser su misura: Tor, con link su file onion. Il browser in questione crea delle vpn, dei collegamenti protetti dove neanche la polizia può accedere o meglio, possono vedere se e a quali server ci colleghiamo ma senza aver modo di capire il contenuto scambiato, se lecito o illecito. Traffico quindi non tracciabile così come le cryptovalute, largamente usate in questi spazi virtuali. Per acquistare, vendere e minare basta farsi un wallet, un portafoglio digitale identificato con un numero e assolutamente senza alcun dato personale in modo che le transazioni, scambi con tali monete non siano di fatto rintracciabili. (Vedi riscatto pagato agli hacker russi che avevano paralizzato la compagnia petrolifera americana qui)

Ultima modifica 11 Maggio 2024